Di carta, penna e passioni che diventano professioni

La mia primissima traduzione risale al 1997. Avevo tredici anni. Con una penna Staedtler blu (usavo solo quelle a scuola), un quadernone a quadretti Pigna e un vecchio dizionario bilingue Garzanti che conservo ancora come una reliquia, mi sono cimentata nella traduzione in italiano dell’intero album di Janet Jackson intitolato The Velvet Rope. 71gInIXflxL._SX355_Un’impresa titanica, non c’è che dire. Soprattutto se consideriamo che a scuola studiavo soltanto il francese e che l’inglese lo stavo imparando da autodidatta con gli storici corsi di lingue De Agostini e la musica che mi piaceva ascoltare. Non vi sarà difficile immaginare che la qualità del risultato non fu eccelsa, ma alla base c’era una motivazione fortissima e, in fin dei conti, era quello ciò che contava davvero.

Ho iniziato a tradurre nel 1997 e da allora non ho più smesso. Ho cominciato per curiosità, poi è diventato un esercizio che mi piaceva sempre di più. Così ne ho fatto l’oggetto dei miei studi e, dulcis in fundo, la mia professione.
Ricordo che all’esame di maturità, nel 2003, presentai un percorso incentrato sull’incomunicabilità, intesa come quello stato di isolamento a cui gli intellettuali del Novecento furono condannati a causa del vuoto ideale che investì la società dell’epoca e che si tramutò in una vera e propria crisi nei modi tradizionali del narrare. Mi appassionai a Pirandello e al suo Il fu Mattia Pascal.LuigiPirandello2 Il protagonista era un personaggio emblematico che assisteva impotente alla disgregazione della propria coscienza e lottava per conquistare la sua identità. Mi piacque così tanto che per la tesina finale scelsi proprio un brano di quel romanzo e… lo tradussi in francese, inglese e tedesco (le mie tre lingue di studio). Anche in quel caso il risultato, seppure qualitativamente migliore rispetto all’impresa di qualche anno prima, rimaneva comunque… perfettibile, diciamo così. La motivazione, però, quella, era rimasta intatta, o meglio, era ancora più salda. D’altronde, cosa può spingere un liceale a tradurre in attiva un premio Nobel della letteratura se non una smodata ambizione? Un attacco di follia, dite?!

Scherzi a parte, a me piace pensare che a muovere il mondo sia la passione per qualcosa. Lo so che suona come un concetto trito e ritrito e anche un po’ romanzato, ma tant’è.
Mi hanno sempre detto che la passione è un sentimento innato e su questo sono d’accordo, ma sono dell’idea che, come tutti i sentimenti, anche la passione vada costantemente alimentata.
Io mi ritengo molto fortunata perché nel mio cammino ho incontrato dei professionisti molto validi che mi hanno aiutata ad alimentare la mia passione per le lingue e la traduzione, dandomi il buon esempio. In particolare, sento di dover molto  alla mia insegnante di lingua e letteratura francese del liceo. Una donna intelligente, colta, competente ma, soprattutto, appassionata. Una delle persone più appassionate che abbia mai conosciuto, a dirla tutta. Ci ha sempre insegnato l’importanza di una conoscenza approfondita della grammatica grazie a uno studio costante (quelle temute verifiche in classe a sorpresa sulla coniugazione dei verbi non le ho dimenticate, ma se ancora oggi riesco a coniugare senza difficoltà tutti i verbi persino al plus-que-parfait del subjonctif, direi proprio che hanno funzionato), ma anche che quello non era il punto di arrivo nell’apprendimento di una lingua. C’era molto altro.

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Ci faceva leggere sempre ad alta voce, riassumere, tradurre a vista. Ci spronava a esprimere in lingua le nostre opinioni sugli argomenti più disparati. Ci insegnava l’importanza dell’intonazione della voce nella lettura, della riproduzione dei suoni per una pronuncia impeccabile e della contestualizzazione per la comprensione effettiva di un termine.
Già, il famoso CONTESTO.
A tal proposito c’è un aneddoto ben preciso che mi fa piacere raccontare. Un giorno trovammo l’espressione “c’est chouette” in un dialogo contenuto nel nostro libro di testo. Il modo in cui ce ne spiegò il significato per me fu rivelatore. Ci disse che per capire a fondo un termine nuovo non dovevamo fermarci alla prima traduzione suggerita da un dizionario bilingue, perché ogni singolo termine poteva racchiudere in sé un mondo intero di sfumature e che, a seconda del contesto in cui veniva utilizzato, poteva caricarsi di accezioni diverse. “In italiano, l’espressione “c’est chouette” potremmo renderla anche semplicemente con un gesto della mano, un’espressione del viso…” Disse proprio così, mentre mimava approvazione e gradimento con gli occhi e con le labbra, per farci un esempio pratico. In quel momento mi fu immediatamente chiaro quale tipo di lavoro avrei voluto fare da grande: capire le sfumature di un termine straniero a seconda dei vari contesti di utilizzo e veicolarle (quasi) intatte tramite un nuovo codice linguistico. Ed è così che sono diventata una traduttrice.

Da quando ho terminato gli studi universitari, ormai ben dieci anni fa, sono cambiate tantissime cose. La tecnologia ha preso il sopravvento e ha investito massicciamente anche il settore della traduzione. Al giorno d’oggi è impensabile poter gestire un progetto di traduzione tecnica senza l’ausilio di un CAT tool e una buona memoria di traduzione, ad esempio.

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Mi sembra quasi assurdo che i primi esami di traduzione all’università, io e i miei compagni di corso li facessimo con penna, fogli protocolli e una valanga di dizionari cartacei (rigorosamente monolingua)! Per non parlare dei glossari preparati in Excel dopo estenuanti ricerche terminologiche con Internet Explorer e una connessione con modem 56k… Grazie al cielo esiste il progresso, la tecnologia e la qualità del nostro lavoro e la nostra produttività non possono che trarne grande giovamento. La sola idea di iniziare e concludere, oggi, una traduzione avvalendomi solo ed esclusivamente di dizionari cartacei, mi sembra anacronistica. Oserei dire un’impresa titanica, un po’ come quella della piccola me che, nella sua cameretta, si scervellava per rendere al meglio in italiano i testi delle canzoni della sorella di Michael Jackson.

Una cosa, però, devo confessarla. Ricorro comunque spesso, ancora, a carta e penna.

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Soprattutto quando traduco materiale letterario, ma confesso che mi è capitato anche con qualche passaggio tecnico un po’ più ingarbugliato. Mettere un concetto nero su bianco, calcare sul foglio con l’inchiostro, mi permette quasi di creare un rapporto più intimo con la frase, mi aiuta a concentrarmi meglio, a memorizzare meglio e a districare i nodi linguistici con più facilità. Non è un caso, infatti, che il mio logo rappresenti proprio una penna: lo strumento da cui, in fondo, tutto è partito. cropped-logo_penna.png
Insomma, bisogna ammetterlo: certe (buone) abitudini sono davvero difficili da sradicare completamente, nonostante il tempo che passa e la tecnologia che avanza.

Non siete d’accordo con me? ☺ Fatemelo sapere nei commenti, se vi va.